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Mostra del Cinema di Venezia 2013

Gio, Set 12, 2013

Primo Piano, Spettacolo

Chiacchierata con Giorgio Gosetti

Ogni anno il Festival di Venezia lascia impresso, a chi lo frequenta, un film, un personaggio, un tema che percorre come un filo rosso tutta la Mostra.

Per me il film di questa edizione è stato Still Life di Uberto Pasolini, la sua seconda opera da regista, che si è aggiudicato il premio “Orizzonti” per la migliore regia (5 anni fa, sempre qui a Venezia, ho avuto modo di parlare con il regista del suo Machan), mentre il personaggio è stato Ken Watanabe che finalmente ho avuto modo di incontrare dopo 18 anni che seguo il Festival.

Nonostante i film con tanta violenza in mostra, portati al festival quest’anno, il tema che più mi è rimasto impresso è stato quello della solitudine.  Forse perché in questa nostra società sempre più frenetica e menefreghista siamo tutti un po’ soli, nonostante l’illusione di essere circondati da “amici” o da familiari che poi (magari) ci sorprendono comportandosi come se fossero degli sconosciuti.

Non farò una dissezione della Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno, mi limiterò a sentire una persona molto più “dentro” di me in questo campo: l’amministratore delegato delle Giornate degli Autori a Lido, Venice Days, che 10 anni fa ha ideato e creato questa sezione parallela: Giorgio Gosetti, vero cuore del Festival.  

Con Gosetti ci incontriamo nel suggestivo giardino della Casa degli Autori proprio all’ultimo momento, lontano dal glamour festivaliero e quando il sipario è già calato sulla 70ma Mostra cinematografica. Il momento giusto per fare dei bilanci e per riflettere su come è cambiato o deve cambiare un festival per restare sempre utile e attuale.

Sei la vera anima delle Giornate degli Autori, e siccome tutti parlano di rinnovamenti nel campo dei festival, così mi piace chiederti come sono evolute le Giornate in questi 10 anni.

«I primi 10 anni di un festival di cinema servono per mettere delle radici. Quindi, dal 2004 al 2013, alternandoci io e Fabio Ferzetti alla guida della manifestazione, abbiamo in realtà cercato di non cambiare troppo, ma di costruire un’anima, un percorso, una fisionomia che fosse molto riconoscibile. Gli unici veri cambiamenti, che abbiamo fatto nel corso degli anni, sono stati sulla ricerca dei tipi di selezione per colmare dei vuoti rispetto alle scelte, alle strategie, alle linee editoriali della mostra ufficiale. Perché noi dobbiamo fare un lavoro diverso e complementare, cioè dobbiamo portare al festival di Venezia dei film di grande forza e impatto dell’autore che, secondo noi, non siano una duplicazione delle scelte della competizione o degli Orizzonti. Probabilmente la vera sfida del rinnovamento verà l’11esimo anno, perché quando si volta pagina bisogna tenere conto che nel mondo dei festival, che è un mondo un po’ vecchio e un po’ sclerotico, la necessità di rinnovarsi c’è. A me sembra che abbiamo messo delle radici quest’anno andando alla ricerca di un cinema più estremo nel senso della ricerca, della sperimentazione dell’autore per portare al pubblico il piacere della trasformazione dei generi cinematografici. Però ogni anno è diverso, oggi se io dovessi esprimere dei dispiaceri per dei film che non ho avuto, e ci sono, mi domanderei anche al posto di quale altro film metterli, perché non c’è un film nella nostra selezione che rimpiango di aver scelto e che avrei cambiato. Sono molto affezionato all’idea che le Giornate degli Autori siano un luogo con pochi film, scelti, curati, amati, voluti anche al di fuori della loro presentazione ufficiale. Ci sono alcuni film quest’anno che avrei voluto avere nelle Giornate, ma la cosa importante è che sono a Venezia. Parliamo di Miss Violence del regista greco Alexandros Avranas, un film che è stato vicinissimo a essere inserito nella nostra selezione, lo abbiamo scoperto per primi, ma poi ho fatto il tifo per lui quando lo hanno invitato nella selezione principale. Still Life di Uberto Pasolini è stato il primo film che abbiamo invitato nelle Giornate (il suo primo film da regista Machan fu presentato proprio alle Giornate degli autori nel 2008) e mi dispiace molto che non sia rimasto con noi, ma ha preferito Orizzonti. Il terzo è un film che francamente penso possa essere una delle grandi sorprese e rivelazioni della mostra, è Medeas, di un giovane regista italiano che vive negli USA.»

Tanta Sicilia questa volta, in generale l’Italia non si può lamentare della sua presenza al Festival. Perfino il Leone d’Oro e rimasto a casa. Una riflessione sui film italiani in gara?

«Quello che abbiamo visto qui in gara, quest’anno, era il meglio tra i prodotti disponibili. Mi sembra che siano stati scelti con un’unica e coerente linea da parte di Alberto Barbera, un cinema italiano che non ha paura di trasformarsi, di rinnovarsi, un cinema molto coraggioso che percorre anche sentieri difficili; pensiamo ad un grande maestro come Gianni Amelio che tenta la strada delle favole e della leggerezza per raccontare la realtà di oggi. Un regista che farebbe più facilmente la replica di se stesso, visto che è stato anche l’ultimo leone d’Oro italiano a Venezia. È stata una scelta coraggiosa quella di mettere in concorso un’opera prima di una grande regista teatrale come Emma Dante con la sua storia siciliana al femminile, e anche quella di seguire le orme di Cannes e mettere in concorso i documentari che, come abbiamo visto, sono stati anche premiati. Se un film della realtà è cosi bello da potersi confrontare con dei film dei sogni, perché no, ancora meglio che sia stato un film italiano anche se con carattere internazionale come quello di Gianfranco Rosi. Complessivamente il cinema italiano è per l’ennesima volta in un momento di transizione e di ricambio generazionale. A me piace pensare che i talenti che stanno maturando si fortificano; per cui è bene che a Venezia, a Orizzonti, ci sia stata l’opera seconda di Andrea Segrè che qui si è rivelato con Io sono li, è bene che ci siano autori nuovi con percorsi diversi rispetto a quelli ovvi. E’ bene che si registri la voglia di fare del cinema italiano che in questo momento fatica molto a far sentire la propria voce. Ma secondo la mia visione in tutta Europa, nel mondo del cinema, si sconta una fase di ripensamento. Il cinema francese ha portato a Cannes una grande testimonianza di sé, ma nella seconda metà dell’anno si è un po’ piegato su se stesso. La cinematografia tedesca ha portato un autore importante, ma non riesce ad essere secondo me la novità di riferimento. Le cinematografie dell’est sono in grande fermento e mutamento invece, e io sono orgoglioso di aver portato un film bulgaro nella selezione delle Giornate degli Autori, Alienation di Milko Lazarov (tuo connazionale), perché penso che da lì vengano le nuove onde, come è successo qualche anno fa con il cinema rumeno, come è con il cinema greco. L’Italia non fa eccezione, non ha in questo momento dei capolavori assoluti e indiscutibili da mettere in vetrina. Ha molti problemi strutturali ed economici, molti talenti da coltivare e sostenere. Difficile non notare che all’unanimità si dà il voto massimo a un maestro 80enne come Ettore Scola (parlando di un mostro sacro della storia del cinema italiano) che ha presentato un film giovanissimo, vivacissimo, sorprendente, spiazzante in ogni inquadratura.»

In questi giorni la domanda ricorrente è: i festival del cinema servono ancora visto che gli incassi non cambiano e l’industria continua a lamentarsi?

«Secondo me la risposta è si. Ma i festival hanno un paio di problemi. Il primo è la definizione del festival. Ci sono delle grandi vetrine promozionali che servono come cassa di risonanza. A questa legge, i primi a inchinarsi sono stati gli americani, tanto è vero che se c’è stata una novità, negli ultimi 15 anni, è la crescita esponenziale di importanza dei festival nord americani, siano canadesi come Toronto, o americani come Tribeca o Sundance: stiamo assistendo a un fenomeno di valorizzazione dei festival nell’industria cinematografica più importante del mondo che fino una quindicina d’anni fa non c’era. Erano delle manifestazioni per cinefili un po’ periferiche. Poi dentro il concetto di festival ci sta il suo modello originario: un luogo di scoperta e valorizzazione di autori che altrimenti non sapresti che esistono. Spesso possono non avere dietro le spalle una macchina mediatica e amplificativa sufficiente, e grazie ai festival possono entrare nel sistema di comunicazione e informazione. Venezia quest’anno ha scelto questa strada, in maniera estremamente rigorosa e forte. Ha messo la sua popolarità al servizio di un tipo di cinema e di autori che altrimenti rischierebbero di non essere scoperti. Poi i festival sono un grandissimo circuito alternativo in una società d’immagine che si polarizza su grandi eventi che occupano le sale cinematografiche. L’anello del festival secondo me è un grande anello di circolazione, visibilità e distribuzione alternativa per un cinema che non ha gli strumenti per diventare una experience in senso classico, ma che ha tutte le qualità per appassionare il pubblico. I festival però nella loro struttura sono prevalentemente invecchiati, e avrebbero bisogno non di un restyling, ma di un ripensamento della struttura. Ma in questo senso non posso dare nessun suggerimento.»

Il film che resterà nella tua memoria di questa 70esima edizione?

«La Jalousie, di Philippe Garrel.»

E il personaggio?

(risponde senza pensarci, prontamente e convinto) «Daniel Radcliffe, protagonista di Kill your darlings, il film che ha vinto nelle Giornate degli Autori.»

Silvia Ivanova

Silvia Ivanova

Nata a Vidin, Bulgaria, dopo la laurea all’Università di Blagoevgrad, lavora per la Radio Nazionale Bulgara e vari prestigiosi mensili dello stesso Paese come corrispondente dei più grandi Festival del cinema: Cannes, Venezia, Tribeca, Dubai, Cairo, Goa (India), New York, Taormina, Roma. Dal 1986 vive e lavora in Sicilia. L’Icona (Primavera d’Autunno) è il suo debutto come sceneggiatrice, regista e produttrice. Attualmente lavora su tre nuovi progetti, due documentari e un lungometraggio.

Silvia Ivanova was born at Vidin, Bulgaria. After getting the degree at the University of Blagoevgrad (Bulgaria), she has worked for several Bulgarian Medias including the Bulgarian National Radio and Television, Theater and monthly magazines of art and culture. In the last 17 years she has lived and worked in Sicily, Italy, where she has been a member of the Journalist Register of Sicily since 1998. As Journalist she has covered the most prestigious international film festivals, such as Cannes, Venezia, Tribeca, Rome, Dubai, Goa (India), Cairo, Taormina, New York.

The Icon is her debut as a scriptwriter, director and producer. Right now she is working on three new projects, two documentaries and a comedy with elements of fantasy.

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