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Don Giovanni di Mozart al Teatro “Bellini” di Catania

Lun, Ott 23, 2017

Teatro

Il prototipo del “fimminaro tardo barocco, riambientato e attualizzato

Opportunamente Giuseppe Montemagno, nel libretto di sala, accenna al teatro gesuitico per il quale il mito del “fimminaro”, ampiamente proposto nei testi teatrali burleschi di ogni epoca, andava letto in chiave moralista. È la cifra adottata da Molière, che lo mise in scena in prosa nel 1665, seguita da Mozart e Da Ponte per il dramma giocoso in due atti Don Giovanni, andato in scena al Teatro “Bellini” di Catania alla ripresa della stagione operistica dell’anno.

Francesco Esposito, regista incline alle modernizzazioni, si è avvalso della scena progettata da Mauro Tinti e delle sculture di Franco Armieri illuminate dalle luci di Bruno Ciulli per esprimere le «concettualità sottese alla lettura registica dell’opera … amplificate intrecciandosi e sviluppandosi in altri ambiti del pensiero [travalicando] i confini del palcoscenico» che ha ravvisato nel testo. Esposito, nelle note di regia, spiega «lo spazio scenico in cui si muove Don Giovanni è un’ellisse: una figura chiusa, una coazione a ripetere, solcato da fenditure, attraversato da linee di gradini dall’andamento spezzato, costellato di botole, trappole, incertezze. Un luogo all’apparenza semplice [che] nasconde insidie e può riservare parecchie sorprese».

Nel cast di questa edizione, allestita dal Teatro della Fortuna di Fano: Vittorio Prato (Don Giovanni), Annamaria Dell’Oste (Donna Anna), Francesco Marsiglia (Don Ottavio), Francesco Palmieri (il Commendatore), Esther Andaloro (Donna Elvira), Gabriele Sagona (Leporello), Giulio Mastrototaro (Masetto), Manuela Cucuccio (Zerlina); orchestra e coro del “Bellini”, maestro del coro Gea Garatti Ansini, direttore d’orchestra Salvatore Perracciolo, al cembalo Paola Selvaggio.

Finalmente si è puntato con determinazione sui giovani, scelta sicuramente vincente rispetto al tradizionalismo cui si appellano e reclamano molti melomani: evocare voci e talenti “storici”, da venerare e rispettare, non fa bene al teatro; è opportuno che si trovino e provino nuovi interpreti per dare impulso e vigore a una forma di spettacolo ritenuta nel mondo un must  italiano. Un teatro che coltivi una giusta ambizione deve prendere dei rischi; perseverando su questa strada i risultati sicuramente verranno. Esecuzione apprezzata da pubblico con i timbri di soprano, baritoni, bassi e del tenore ben calibrati, l’orchestra bene a registro diretta con gesto sapiente misurato a porgere il cantato, il cembalo impegnato a creare l’atmosfera metafisica necessaria alla narrazione del mito, coro e movimenti coreografici a secondare e sottolineare il tutto.

Carlo Majorana

Foto di Giacomo Orlando

 

Redazione l’Alba

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