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Rosaria Caniglia espone al museo Emilio Greco di Catania

Lun, Set 30, 2019

Arte

L’ARTISTA SI PROPONE CON UN INSOLITO TITOLO: “VOLTI E GEOMETRIE”

Affollato il vernissage del 7 settembre, presenziato dalla dottoressa Valentina Noto, Dirigente dei musei catanesi, che ha sottolineato l’importanza di un dialogo fra il Comune di Catania e gli artisti del territorio.

Interessante e sensibile la relazione critica della professoressa Rosaria Di Domenico, docente di Storia e Filosofia.

Decisamente interessante e frequentata la personale di Rosaria Caniglia al museo Emilio Greco di Catania.

Un’opera varia – lo dice il titolo stesso della mostra “Volti e geometrie”- ma armoniosa nella ricerca di significati. Si tratta di una pittura figurativa, che non è puramente descrittiva, ma sottende simboli e richiami letterari.

Una trentina di tele in cui volti di adolescenti si alternano a paesaggi urbani geometrici e solitari: ricerca di quiete in un modo troppo chiassoso.

L’ansia del futuro, che i giovani di oggi vivono, si riflette nei volti delle fanciulle, le quali spesso si affacciano da finestre come interrogativi viventi. I paesaggi urbani, vuoti, sospesi nello spazio e nel tempo, si affermano silenziosi, quasi metafisici ed irreali.

Da sx: Rosaria Caniglia e Valentina Noto

Affollato il vernissage del 7 settembre alle spalle da qualche minuto. L’Evento è stato presenziato dalla dottoressa Valentina Noto, Dirigente dei musei catanesi, che ha introdotto l’inaugurazione sottolineando l’importanza di un dialogo fra il Comune di Catania e gli artisti del territorio.

Presenti rappresentanti di associazioni culturali, come SiciliAntica, Kiwanis Club Catania Est e Paternò e Comitato Antico Corso.

Interessante e sensibile la relazione critica della professoressa Rosaria Di Domenico, docente di Storia e Filosofia, che ha colto aspetti salienti dell’opera dell’artista. Per condividerne la profondità dello studio, ne riportiamo la relazione per intero:

Da sx: Rosaria Di Domenico e Rosaria Caniglia

«Che parentela ci può essere tra un volto e una figura geometrica? Nessuna, specialmente se il volto è quello morbido di una adolescente.

Ma… se il volto è incorniciato da una finestra, da una grata? O da rami spigolosi? O dal limite stesso della tela? C’è sempre una reciprocità fra contenente e contenuto: l’uno non esisterebbe senza l’altro.

Nelle immagini di fanciulle e ragazze delle opere di Rosaria Caniglia è fondamentale, a tal proposito, il ruolo del limite: senza la costrizione del limite, non ci sarebbero  il coraggio e la forza di superarlo.

È lo sforzo severo dell’adolescenza: uscire dal limite, mentre nella realtà si aprono mille possibilità. Così tante da confondersi, così tante da vivere il rischio di sbagliare. Fanciulle in bilico tra luce e buio. Tutto è possibile e tutto può essere distrutto. E così queste ragazze, queste preadolescenti hanno sguardi attoniti, dubbiosi, speranzosi, ma anche sfrontati e decisi. Spesso è presente la finestra, che si apre su un momento. Cosa c’è stato prima e cosa ci sarà dopo non è dato sapere. Un fermo immagine, tra passato e futuro. E la pittura ferma questo attimo.

Ma nelle opere di Rosaria Caniglia c’è altro, come una tensione fra due estremi e, contemporaneamente, una trama che, con fili sottili, li collega. Dal corpo e dal suo desiderio di affermazione si giunge infatti alla sua totale assenza in immagini  di pura geometria. Nei paesaggi urbani, infatti, il corpo scompare, come se nel paesaggio venisse sminuito, non potendo esprimere in pieno la sua individualità. Ma anche il paesaggio sarebbe bruscamente trascinato verso realtà troppo concrete, troppo materiali, dalla presenza di corpi umani, che sarebbero, a quel punto, solo corpi.

Perché dunque questo ricorso alla geometria? Forse per mettere finalmente ordine nel caos dei desideri, delle passioni, delle incertezze. Forse per portare armonia nella disarmonia. Si nasconde, nella figura geometrica, la razionalità salvifica, che consente il distacco dalle ansie, l’approdo ad un luogo quasi metafisico che, a dispetto della pesantezza dei muri e delle pietre, diventa quasi immateriale.

Con un accurato labor limae, l’autrice elimina dunque il particolare troppo realistico per  giungere a un luogo dell’interiorità, spazio sospeso di quiete e pensiero.

Una pittura dunque che, se talvolta, ad un primo sguardo, può apparire iperrealismo, non lo è, per la presenza sottesa di rimandi simbolici e letterari».

Marina Mangiameli

Redazione l’Alba

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