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L’opera rusticana di Mascagni e Menicagli

Dom, Ago 15, 2021

Spettacolo

DITTICO INEDITO ALLA VILLA BELLINI DI CATANIA

Un foltissimo numero di spettatori accorsi da tutta la Sicilia per un evento straordinario: la prima assoluta di Cavalleria’s sequel, ovvero Cavalleria rusticana dodici anni dopo.

di Norma Viscusi

4 agosto 2021. La villa Bellini di Catania apre i suoi cancelli per accogliere un foltissimo numero di spettatori accorsi per un evento straordinario: la prima assoluta di Cavalleria’s sequel, ovvero Cavalleria rusticana dodici anni dopo.

Impossibile mancare, per i cultori del bel canto, ad una rappresentazione così eccezionale, inedita dal punto di vista musicale e che ha trovato la sua fonte ispiratrice in un  già edito dramma popolare di Giovanni Grasso (1917), uno dei più grandi attori tragici del novecento.

«L’atto unico, Dodici anni dopo, è da considerarsi un vero e proprio sequel di Cavalleria rusticana, di cui conserva alcuni tratti fondamentali: organico orchestrale similare, la Preghiera, lo Stornello di Lola, il Brindisi e l’Intermezzo, composto rigorosamente in fa maggiore. Si svolge in Sicilia, a Pasqua, dodici anni dopo la tragica vicenda di cavalleria rusticana, giorno in cui esce dal carcere Compare Alfio.

Santuzza, respinge con fermezza le attenzioni dell’amico Pietro e, segnata dalla tragedia che l’ha colpita, deve provvedere alle cure di Gna Lucia e di Turidduzzu, figlio dodicenne nato dalla relazione con Turiddu.

Frequenti i battibecchi con Lola, donna piacente che continua a far sfoggi della sua bellezza, quasi indifferente alle disavventure procurate. Di grande aiuto è la presenza di Zu Brasi, vecchio e saggio amico di famiglia.

Compare Alfio giunge in paese di nascosto, bramando il desiderio di essere perdonato da tutti. In un clima di redenzione che caratterizza il finale dell’opera, riuscirà nel suo intento.»

A firma di Ugo Pacciardi e Mario Menicagli il libretto, di Emanuele Barresi l’Incipit,  illustrazioni di Massimiliano Luschi e preparazione musicale di stefano Brondi; questi i nomi che afferiscono alla organizzazione strutturale del sequel.

Un resoconto anche approssimativo di questa esperienza, considerata nella sua globalità, riesce difficoltoso, poiché diverse sono le riflessioni cui si perviene, dopo aver posto sulla bilancia note positive e pecche evitabili, alta professionalità  e ovvietà di regia, non disgiunte da  scarsa riflessione sulle scelte interpretative dei personaggi.

Certo, si fa sempre amare Cavalleria, anche quando non si presenta nella sua forma più smagliante, e forse anche quando avrebbe dovuto giocare le sue carte migliori, trattandosi di una prima assoluta,

ma lascia scontenti perché la sua proposta appare stantia, banale e oltremodo teatrale, sovraccarica di una idea di rappresentazione obsoleta e priva di misura. Nulla da eccepire sulla bontà e l’alta qualità delle voci (Turiddu, Piero Giuliacci, e Santuzza, Patrizia Patelmo) anche se Alfio, Omar Camata, purtoppo fuoriforma per una innascondibile afonia, fa sforzi enormi per affrontare la sfida, e riesce, in virtù della sua abile tecnica, a portare a compimento il suo impegnativo ruolo. 

Ma, andando per ordine, e glissando sull’annoso e non indifferente problema dell’inadeguatezza del phyisique du role in senso largo (estetico e cronologico), ne scaturisce spesso, e questo è il caso, una interpretazione che porta stile scenico e interpretativo inadeguati. Intendiamo dire che a fronte di una presunta Santuzza giovane, riservata, inesperta della vita, corrisponde una donna vissuta, che porta un incedere sulla scena pesante e fortemente drammatico: si muove, non con fare lieve ed esile di una ragazza che ha concesso la sua verginità e appare spaventata e gelosa certamente,  ma col passo e la gestualità di una donna che sembra incarnare le eroine della tragedia greca più dolorosa, luttuosa, su cui si è abbattuto un fato devastante, insomma, troppo pathos! Una voce fortemente drammatica, bella, ma che andava calibrata a misura del personaggio che, per quanto travolto dal dolore, non possiede l’accumulo di una esistenza matura, piena di tanto altro!  Altrove avrebbe reso giustizia a ben  altri personaggi!

Dicasi lo stesso per Turiddu, che poco più che ventenne, dopo il soldato, manca della leggerezza giovane fresca del canto, che e in certi istanti appare stanco (certamente cantare all’aperto è oltremodo impegnativo) e anche troppo arrabbiato. E’ il viso è di un uomo maturo e non giovane, che esprime un insopportabile fastidio, una espressione quasi disgustata. Và ribadita l’alta qualità della voce di entrambi i protagonisti, ma che dire, sulla scena di gelosia, quando i due vengono quasi alle mani e quasi si pigliano a botte? Sembrano scene di liti coniugali tra marito e moglie dopo trent’anni di matrimonio e non certo di due giovani abituati a parlarsi di nascosto. Insomma, le considerazioni sulla opportunità di certe scelte, anche in ordine alla regia, di Pierfrancesco Maestrini,  viaggiano su questa rotta. Gli altri personaggi tutto sommato accettabili, ma senza le note brillanti che invece si riconoscono al coro, quello Lirico Siciliano, diretto da Francesco Costa, che con la sua dirompente energia, restituisce alta quota alla rappresentazione, facendo dimenticare la pesantezza dei singoli personaggi. Bravi i cantori che anche sulla scena si muovono agiscono con disinvoltura.

L’orchestra ha fatto bene il suo lavoro, a dispetto di una esibizione all’aperto,  con una temperatura torrida, che certo non giova alla resa acustica, e rimane molto buona la qualità e la bella musica, che obbedisce alla  bacchetta sapiente del maestro Filippo Arlia.

Si apre infine la tanto attesa scena del sequel, e ci si ritrova dodici anni dopo su uno stesso scenario, (nuovo allestimento del festival lirico dei teatri di Pietra in coproduzione con il teatro dell’opera di Malta “Astra”, costumi di Rosy Bellomia e disegno luci di Gabriele Circo). Deliziosa la scelta di far cantare una giovane brava ragazzina (Agnese Rossi) nel ruolo del dispettoso ma buono Turidduzzu. Rassicuranti appaiono, agli ascoltatori, le note di brani già presenti nella prima parte, (elencati al precedente paragrafo) e sembra, questa riproposta, una intuizione  strategica arguta, che conferisce soluzione di continuità ai due momenti che rischiano, cambiando mano compositiva, di giustapporre uno stile musicale non omogeneo al primo. Invece l’innesto è stato dolce ed efficace, coerente lo stile e più che gradevole. Bella l’Ave Maria e non solo.

In buona sostanza, il sequel, al di là del valore letterario del testo, che nei contenuti  lascia qualche dubbio a motivo di  una chiusa poco convincente, poco verista, è il caso di dirlo, viene ben reso nel libretto e anche nella scelta di tutti i cantanti che, paradossalmente, dovrebbero essere più avanti con l’età e invece ringiovaniscono: più leggiadro il canto e la scelta delle voci. Tutto sommato, la più lucida e convincente regia di Alessandro Idonea,  rende godibile questa non indispensabile aggiunta. Più che gradevoli Francesco Congiu, nel ruolo dell’innamorato non corrisposto di Santuzza, e Zu Brasi, Alessio Verna, amico di famiglia e conciliatore tra le parti.

Perplessità su Gna Lucia, (Giorgia Gazzola) che per la morte del figlio ha perso il senno,  truccata in modo caricaturale da folle, poi  a pace fatta, d’improvviso rinsavisce; Lola, (Leonora Llieva, brava e adeguata prima e dopo) continua a cantare “Fior di giaggiolo”, a cuor leggero, e acquista maturità in un minuto,  mentre  Santuzza (StephanieVan Der Goes),  che aveva causato la tragedia per la sua gelosia e il suo bisogno di vendetta, raccontando tutto ad Alfio (Omar Camata), continua ad essere la vittima!

Su uno sfondo integratore di liturgia pasquale, Alfio riappare, scarcerato, e nessuno lo sapeva,  tutti  si pentono, tutti si perdonano e vivono felici e contenti. Insomma, la forzatura letteraria viene attutita grazie alla musica del compositore e direttore d’orchestra, il maestro Mario Menicagli e l’orchestra, filarmonica della Calabria,  ai librettisti, ai cantanti tutti, al coro di Voci bianche “Note colorate”, dirette dal maestro Giovanni Mundo, e al Coro Lirico Siciliano, che avvolge, canta e incanta, portando tutti nella dimensione elevata del suono piuttosto che nella prosaica drammaticità della vita.

   E il pubblico? Difficile interpretarne i segni al di là degli applausi.

Norma Viscusi

Norma Viscusi

Pianista. Insegna Musica nella sc. Media Q. Maiorana di Catania. Ha conseguito anche il Magistero di Scienze Religiose presso IRSS San Luca di Catania, Facoltà di teologica di Sicilia. Il suo interesse è poliedrico: musica, arte, cultura, volontariato e giornalismo. Collabora come editorialista, freelance, con diversi periodici e quotidiani. Fra questi Freedom 24, Zona franca, l’informazione, Aetnanet, Newsicilia, l’Alba. Ha pubblicato saggi di letteratura religiosa sulla Scapigliatura, Lo spazio di Dio in Tarchetti in La letteratura e il Sacro, narrativa e teatro, cura di F. D.Tosto, vol. IV ed. ESI, 2016 Napoli e per la collana “Nuova Argileto”, La Scapigliatura. Tra solitudine e trasgressione, Lo spazio di Dio in Tarchetti, Rovani e Dossi. ed. Bastogi, 2019 Roma. Ama dedicarsi in modo particolare a recensioni musicali e teatrali.

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