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Aspettado la Prima di Turandot al Teatro Massimo “Bellini” di Catania

Lun, Gen 8, 2024

Spettacolo

CONVERSAZIONE CON DANIELA SCHILLACI

La protagonista ritorna nella sua amata città, nel Teatro caro al suo cuore per quel pubblico che lei adora e stima ritenendolo qualitativamente preparato ed esigente.

di Norma Viscusi

Daniela Schillaci nel ruolo di Turandot

Pochi giorni alla prima di Turandot al Teatro Massimo “Bellini” di Catania. Una data attesa, quella del 12 gennaio, che apre la stagione con un evento desiderato, sia per la bellezza del melodramma pucciniano, sia per la compagine tutta, che si adopera per la resa globale della rappresentazione, sia per la sua protagonista, cosi amata oltre confine, e che riapproda nella sua amata città, in quel teatro caro al suo cuore e per quel pubblico che lei adora e stima ritenendolo  qualitativamente preparato ed esigente. Chiude mirabilmente  con Traviata, sebbene in pieno stato influenzale durante le recite, non mancando di incantare il suo pubblico conferendo alle indiscusse virtù canore, quel di più che viene dalla grande artista e donna che è, conferendo al personaggio un pathos che travalica le consuete aspettative, regalando  momenti lunghi di intensa sofferenza e solitudine che muovono spesso alla commozione il pubblico,  riuscendo a penetrarlo in quei desolati silenzi, dettati dalla assenza di vie d’uscita che la vita spesso ci impone.

 

  Norma Viscusi e Daniela Schillaci

Eravamo con lei mentre col capo riverso su quella scrivania, in quella grigia atmosfera di dolore senza via d’uscita, angoscia e dramma l’assalivano tutta. Questa la nota aggiunta che la rende artista nella pienezza del suo vigore.  Ma Turandot è un’altra storia. Turandot, che ha strabiliato il pubblico di Spalato pochi mesi addietro (vedi le foto), si ripropone a Catania con la certezza di essere nel posto giusto e nel ruolo giusto. Più giusto di tanti altri che Daniela Schillaci annovera nel suo ricco repertorio. Così appropriato e cucito addosso e lei stessa lo definisce come «casa mia, nella quale mi sento a mio agio», e ancora «come un abito che mi è stato cucito addosso dal sarto, piuttosto che un vestito industriale». Chiedo a Daniela perché le è così congeniale, nella speranza che ci dia delle chiavi di lettura aggiunte per  quando staremo ad ascoltarla. «Mi piace il ruolo, mi piace come è scritto, e non mi fa sacrificare la lama». Le chiedo di entrare nel dettaglio per conoscere qualcosa in più di lei e della identità della sua voce e delle sue potenzialità timbriche naturali. «In altri ruoli è richiesta una morbidezza vocale più importante, e poiché la mia è una voce piena di squillo e di lama, quando può sfogarsi, come in questo caso, nel ruolo di Turandot, la mia caratteristica vocale naturale viene fuori al cento per cento; diversamente, in altri ruoli, entra in gioco la mia tecnica vocale costruita, che mi consente di entrare nei ruoli dei personaggi e negli stili, attraverso abilità che ho imparato in tanti anni di studio e di esperienza». Capito. E se invece parliamo del personaggio? Quali sono le caratteristiche o le note caratteriali che ti rendono congeniale Turandot? Insomma, perché ti piace questa donna? «La vita della principessa Turandot è stata segnata dal ricordo della uccisione della sua ava,  Lou-Ling , uccisa per amore, che va vendicata, “oggi rivivi in me”,  una storia di femminicidio insomma.  Turandot nasce e cresce con la paura dell’amore. Il suo gelo, nonostante sia giovane nasce da questo. Dunque il tema di Turandot a me sembra un tema più che attuale e in questi tempi cosi complessi non è improbabile aver paura dell’amore. Quindi non è difficile sentirsi vicina a questo personaggio che poi si scioglie davanti ad un uomo, il principe Calaf, che è pronto a sacrificare la sua vita per le».Lei ha accumulato dentro di sé tanto rancore e rabbia da farla essere la donna più crudele e sanguinaria della Cina. Certo, potrebbe apparire come la vendicatrice di tutti i femminicidi, per la crudeltà e l’efferatezza con cui si accanisce nei confronti dei suoi pretendenti. Ma prontamente mi si precisa che si tratta di una fiaba. «Tuttavia, avendo interpretato molti ruoli in cui il femminicidio è trattato, come Traviata, Carmen, Butterfly, che sono femminicidi morali, finalmente Turandot, riscatta un po’ le donne. E mi piace!».

Ride divertita. «Per una volta è lei che ghigliottina gli uomini (quando i pretendenti hanno le risposte agli indovinelli da lei proposti). Il principe Calaf indovina ma lei ugualmente si rifiuta e dice al padre: O padre augusto, tu non mi puoi dare come una schiava a quest’uomo, io che sono tua figlia, e sono sacra, non puoi darmi a lui come una schiava morente di vergogna». Dunque in Turandot c’è un grande  rispetto di se stessa che non acconsente  di essere data senza avere essa stessa scelto. L’imposizione, anche se pattuita è per lei intollerabile. Quindi una donna che non accetta di non essere protagonista delle sue scelte. «Ma nel terzo atto è lei a mettere tutti sotto torchio per scoprire l’enigma che stavolta è Calaf a proporre, cioè scoprire il suo nome. E qui, invece un altro genere di donna che a me non piace, Liù. Lei, si suicida poiché, conoscendo lei il nome ed essendo di Calaf, di cui è  innamorata, sol perché un giorno nella reggia lui le sorrise. Ecco due tipologie di donna a confronto: una guerriera e una senza testa. Insopportabile!». Torniamo a Turandot, tiriamo fuori e definiamo quella forza che in lei ti sembra di carattere e degna di stima. «Si, ti dirò che riconosco in Turandot quella paura che molte donne oggi sentono, dal momento che i femminicidi sono all’ordine del giorno, e come donna mi sento parte lesa, mi sento di poter essere in Turandot quella che in qualche modo fa giustizia e capovolge la situazione. Come già detto, con Turandot, ghigliottino quella parte di uomo assassino».  

Sorrido compiaciuta e solidale col suo punto di vista e vado a curiosare altrove. Come procedono le prove al teatro massimo Bellini di Catania? «Bene, siamo in prova d’assieme, la regia di Alfonso Signorini è bellissima, una regia che ha debuttato a Torre del Lago. Una regia tradizionale, ed è questo che mi piace: scenografie bellissime e  anche i costumi molto belli. E con questa voglia frenetica che molti hanno di dover trovare una innovazione a tutti i costi, anche a rischio  di snaturare un’opera, mi piace vedere palazzi, pagode  e mura cinesi tradizionali!». In effetti in generale è un pensiero che condivido. La fedeltà all’opera di qualunque genere rimane sempre la più efficace e comunque dovuta al suo autore, e le forzature sono sempre delle violazioni al suo pensiero creativo e artistico. Ma torniamo a te. Sei contenta di inaugurare la stagione lirica a Catania? «Sì, molto. Sono contenta di farlo con questo titolo. Questo significa che il percorso che ho intrapreso tanti anni fa, di cambiamento vocale, ha trovato il suo posto anche a casa mia». Ma hai proposto tu Turandot  o il direttore artistico, Fabrizio Carminati? «E ’stato lui, e mi ha fatto piacere».

Parliamo del tuo Calef. «Il mio Calaf è Angelo Villari, che è un amico di vecchissima data con il quale ho cantato tanto, e con cui mi piace lavorare. E’ a parer mio una delle voci più importanti del panorama lirico mondiale. Fondamentalmente ci troviamo davanti ad un tenore drammatico nel vero senso della parola, ma devo dire, che in questa produzione anche il tenore del secondo cast, è sempre stato un grande Calaf, parlo di  Marco Berti. Entrambi due tenori drammatici di rara bravura, sebbene abbiano due vocalità diverse, ed altrettanto  meravigliose». Qual è il momento più intenso e che più ami  del tuo ruolo? «La mia aria: “in questa reggia”, (secondo atto , seconda scena),  che descrive  perfettamente il mio personaggio, e il motivo per il quale Turandot ha scelto la via del “gelo”, per cui viene chiamata “La principessa di gelo”». Elisa Balbo nelle vesti di Liù, riesce a rendere secondo te quel tipo di donna nella quale non credi? «Elisa è bravissima! Voce bella, interessante, potente, bellissimi filati: davvero brava, e poi è anche una cara collega». Dunque sei contenta del cast.  
«Assolutamente. Sono contenta anche del mio Timur (padre di Calaf) George Andguladze. Mi piace molto anche il direttore d’orchestra, Eckehard Stier, di stampo sinfonico, e sa coniugare l’alta professionalità con una gentilezza rara. E’ un musicista attento, sempre propositivo nei confronti dei cantanti. Intendo dire che non è un dittatore e ascolta di buon grado le opinioni degli artisti e se ben motivate,  sa accogliere le proposte». Arriviamo adesso ad una domanda importante: cosa pensi del pubblico catanese e comunque del Bellini? «E’ il pubblico di casa mia. Pur nondimeno continuo a dichiarare che il pubblico catanese è un pubblico difficile, perché competente. Ha una grande tradizione. Nei tempi passati, le scene sono state calcate da tanti grandi! E questo ha creato una base che rende il nostro pubblico non solo molto competente, ma anche molto esigente». Quale finale è stato scelto per completare questa incompiuta pucciniana?  «Il finale di Luciano Berio. A Catania è stato eseguito soltanto una volta, col grande tenore, Marcello Giordani, in forma di concerto. In genere si esegue quello di Alfano. Sebbene entrambi prendano spunti da appunti lasciati da Puccini, ciascuno li sviluppa a proprio modo:  Berio conferisce un carattere più intimista al finale, rimanendo su atmosfere più cupe, in fondo , coerenti con la figura di Turandot,  mentre Alfano conclude la fiaba, trattandola anche musicalmente da fiaba, e come tale, strappa più applausi». Quindi pur essendo i finali equivalenti, cioè, l’amore trionfa, Berio è musicalmente più interessante, raffinato e compositivamente più strutturato anche nella sua scrittura,  e mentre Alfano più scoppiettante. In ogni caso Turandot è una fiaba bellissima, di cui ci si innamora. E staremo lì, a lasciarci innamorare da te, cara Daniela, amando in te quella Turandot che in fondo abita in ciascuna donna che vorrebbe invece vivere d’amore. Catania ti ama. Staremo in religioso silenzio a vederti muovere con la sapienza  che hai su quella scena, con la tua grande bellezza, col tuo pathos, e con quel quid che fa di te una stella.

Da I Vespri

Norma Viscusi

Pianista. Insegna Musica nella sc. Media Q. Maiorana di Catania. Ha conseguito anche il Magistero di Scienze Religiose presso IRSS San Luca di Catania, Facoltà di teologica di Sicilia. Il suo interesse è poliedrico: musica, arte, cultura, volontariato e giornalismo. Collabora come editorialista, freelance, con diversi periodici e quotidiani. Fra questi Freedom 24, Zona franca, l’informazione, Aetnanet, Newsicilia, l’Alba. Ha pubblicato saggi di letteratura religiosa sulla Scapigliatura, Lo spazio di Dio in Tarchetti in La letteratura e il Sacro, narrativa e teatro, cura di F. D.Tosto, vol. IV ed. ESI, 2016 Napoli e per la collana “Nuova Argileto”, La Scapigliatura. Tra solitudine e trasgressione, Lo spazio di Dio in Tarchetti, Rovani e Dossi. ed. Bastogi, 2019 Roma. Ama dedicarsi in modo particolare a recensioni musicali e teatrali.

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