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Il “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare al “Verga” di Catania

gio, Gen 10, 2013

Spettacolo

foto: Tommaso Le Pera

L’effimero e il fantastico in un’originale lettura del regista Fabio Grossi

Tutto corre verso il nulla dell’esservi in William Shakespeare, e non solo nelle tragedie ma anche nelle commedie, più o meno leggere, che districandosi si avviano verso il lieto fine. Questo penso, in questa domenica epifanica 2013, sovvenendomi del Sogno di una notte di mezza estate, commedia del grande drammaturgo inglese, vista di recente al Teatro “Verga” di Catania, prodotta dallo “Stabile” della stessa città, sotto la regia di Fabio Grossi che ha anche tradotto la commedia con Simonetta Traversetti, curandone, sempre in medesima coppia, l’adattamento. Glorie, amori, gioie e virtù, infatti, ineluttabilmente, come del resto i loro contrari, sono destinati a cadere nel nulla; a soccombere, anche tragicamente, o a svanire nel sogno, favola della vita, che illude e svanisce come «di sera, un geranio» nell’omonima novella pirandelliana; a“svaporare” quindi «nell’aria» come «fantasmi», proprio come gli «attori», ogni cosa del mondo e lo stesso «spettacolo» dell’adattamento Grossi/Traversetti nel monologo di Bottom della chiusa del Sogno. E codesto perché ogni cosa rifluisce nel nulla, perché, come sostiene Grossi, forse stando con le tesi che vogliono il bardo inglese cattolico, «polvere si era e polvere si ritorna ad essere»; s’intende come corpo, effimera entità. Bottom, allora, potrà ancora dire nell’ultima sua battuta, con le stesse parole di Prospero della scespiriana Tempesta: «Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e la nostra breve vita» (e con l’aggiunta dei due riscrittori) «non ha intorno altro che il nulla, il nulla, nulla!»; il non essere quindi. E quindi, nell’esplicazione concettuale della frase rielaborata dai due arrangiatori, si racchiuderebbero l’«Essere o non essere» amletico, che dalla filosofia dell’esistenza presocratica arriva ai nostri giorni, e il sogno: «Dormire! Sognare» come «intoppo» e «riposo» (sempre in Amleto), ma anche come attività creatrice della fantasia: da sempre in ogni civiltà, ma con buona sosta in Calderon de la Barca il quale, fra Platone e soprattutto Shakespeare, poteva compendiare, nel titolo della sua opera più famosa, La vita è un sogno, aprendo la strada a Pirandello e al Teatro dell’assurdo. Un andamento parabolico, dunque, della realtà/finzione/sogno che avrebbe al proprio vertice il teatro scespiriano con le varie manifestazioni del quotidiano e delle sue suggestioni magiche e misteriche.

L’ossatura della commedia, data al “Verga”, risponde però a quella scespiriana: s’intrecciano delle storie d’amore dentro ed attorno ad un bosco incantato di una mitica Atene: Ermia ama riamata Lisandro, Elena ama Demetrio che invece la respinge, anzi, addirittura, favorito da Egeo, padre di lei, sostenuto dal duca d’Atene Teseo, vuole sposare Ermia. Così, per ripararsi dalle insidie, la prima coppia, di notte, si rifugia in un bosco, dove poi si ritroverà anche la seconda. Qui, per l’errore di Puck, uno spirito burlone, che versa negli occhi di Lisandro l’essenza della viola del pensiero, un filtro magico che lo fa innamorare di Elena, s’imbrogliano le due vicende amorose e viene fuori una girandola di malintesi ed offese fra i quattro giovani che si sbroglieranno solo quando si risolverà un’altra storia: quella della regina delle fate, Titania, che, per essersi infatuata di un paggio indiano, subirà l’effetto dello stesso filtro per macchinazione del geloso marito Oberon; così la regina delle fate amerà un uomo dalla testa d’asino. Sotto le mostruose parvenze, divertita trovata di Puck, c’è il tessitore Bottom, componente di una compagnia di attori popolani che stavano provando la tragica morte di Piramo e Tisbe per recitarla durante le imminenti nozze fra Teseo e Ippolita, regina delle Amazzoni.

Poi tutto il magico gioco di Morfeo ricompone e riordina sentimenti, passioni ed ogni cosa, e tutto, con le nozze delle tre coppie, ritorna alla normalità che contempla anche quella dell’altro tangibile sogno che è la vita; dunque: «Su, musica! Vieni regina… facciamo ondeggiare danzando, il suolo che accoglie i dormienti. Ora tu ed io siamo… felici… si danzerà secondo il rito che da prosperità» (parole di Teseo ad Ippolita dopo il matrimonio).

In questa architettura narrativa, Grossi snoda mirabilmente la sua regia fra l’«Opportuno Ragionamento» di Teseo, espressione del potere assoluto fino alla patria potestà (Egeo), e la «Ragione Opportuna» di Bottom: «Mi cascassero i pendagli, ma che razza di sogno ho fatto!». Sogno però materico che ha intorno a sé il nulla. Qui tutta la chiave grossiana per entrare nel mondo del Grande Narratore. Da qui il senso del quotidiano e dell’onirico nei simboli che ispirano la scenografia minimalista di Luigi Perego ma di grande effetto, anche per il sapiente gioco di luci policromici di Franco Buzzanca: il grande Specchio ovale, simbolo del dualismo materia spirito (quindi del conoscibile e dell’inconoscibile); il grande Occhio polimorfo, dove tutto si riflette e viene rielaborato dalla mente, il Pavone dentro l’Occhio, con coda chiusa e abbassata, su un’asse orizzontale, rappresentazione (forse) della vita come umiltà, e la grande Viola, rappresentazione dell’arcano e del magico.

Perego firma anche i costumi, sgargianti, dalle tonalità vistose e di buona sartoria; di un’epoca non precisa che però nelle vesti di corte richiama vagamente il Rinascimento; d’altronde – come evidenzia Grossi – l’Autore non ci indica il tempo della vicenda. Non vedrei indicati i vestimenti sadomaso di fate ed di elfi. Meglio se avessero espresso l’ambiente silvestre; ma salverei il folletto/diavolaccio Puck che, in questa edizione, subisce e fa subire. Simpatici invece i vestiti degli umili attori.

Si tratta in definitiva di un pregiato ed entusiasmante lavoro d’arte, dove eccellono le qualità attoriali di Leo Gullotta (Bottom, tessitore, sicilianizzato in Alfio Anfuso per l’uso marcato della parlata catanese; nella recita in veste di Priamo), affiancato da una bella squadra di “compari”, primo fra tutti Mimmo Mignemi e poi (senza nulla togliere alla loro bravura) gli altri attori della recita: Antonio Fermi, Fabio Maffei, Federici Mancini e Sergio Mascherpa. Stellette sul campo al resto degli interpreti: Valeria Contadino (Titania, spumeggiante e altezzosa regina delle fate), Emanuele Vezzoli (Teseo, duca di Atene), Leonardo Marino (Egeo, padre di Ermia), Fabrizio Amicucci (Oberon, re degli elfi e delle fate), Ester Anzalone, Ippolita, regina delle Amazzoni e sposa di Teseo), Alessandro Baldinotti (Puck, il folletto), Adriano Di Bella (Lisandro), Salvo Disca (Filostrato, cerimoniere di Teseo), Luca Iacono (Demetrio), Marina La Placa (Elena), Liliana Lo Furno (Ermia), Irene Tetto (fata), Marzia Licciardello (fata danzatrice), Rachele Petrini (fata danzatrice), Francesco A. Leone (elfo danzatore), Massimo Arduini (elfo danzatore), Valentino Sinatra (elfo danzatore).

Stupefacenti le coreografie di Monica Codena, che entusiasma con le danze di fate e di elfi, e le musiche di Germano Mazzocchetti, le quali inebriano ed esaltano specie nel brano finale, pur se con contaminazioni boswelliane. Anche parole, gesti e movenze dell’adattamento e della regia richiamano, in qualche scena, il già sentito e il già visto, ma non per questo non sono autentici e straordinari. L’originalità e la genialità solitamente stanno nella rielaborazione e raramente nella creatività pura. Diversamente dovremmo dire che Dante e Ariosto non sono grandi poeti che Bellini e Verdi non sono grandi musicisti!

 

Pino Pesce

6 dicembre 2013

 

Docente di Materie Letterarie negli Istituti Superiori di II grado, si è, fra l’altro, occupato della divulgazione del folclore, della tradizione e della storia della Sicilia. Come assessore alla Cultura, pro tempore, ha realizzato il volumetto “Motta Sant’Anastasia, Guida alla città” (Le Nove Muse Editrice,1999).

Negli anni 1995/1998 è stato Presidente dell’Associazione Culturale del Rione Panzera di Motta. Ha scritto “Trapasso di Sant’Anastasia”, sacra rappresentazione, negli anni interpretata da Giovanni Calcagno (regia Alessandra Pescetta) e Pasquale Platania (regia Alessandro Nicolosi).

Il 15 gennaio 2015 ha esordito come regista in una sua rielaborazione (in scrittura e multimediale) de “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello, rappresentata al Teatro “Nino Martoglio” di Belpasso (CT).

Ha avuto riconoscimenti anche dal Ministero della Pubblica Istruzione per i suoi documentari socioculturali.

Nel 2008 ha realizzato il volume “Ragonesi è/e fusione”.

Ha collaborato a “Biologia Culturale”, diretta da Gino Raya, e a “Netum”, diretta da Biagio Jacono. Ha diretto “La Svolta”, e dal 2005 “l’Alba”, mensile d’arte cultura e società.

Da anni, conduce la Rassegna “In cerca d’Autore”.

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6 Resposte a “Il “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare al “Verga” di Catania”

  1. Rosa Maria Crisafi ha detto:

    Le parole del nostro direttore ci conducono verso l’immaginazione prendendoci per mano. Complimenti!

  2. Alessandro ha detto:

    Oltre il sogno il nulla…? La vita è un sogno…? Domande amletiche, a tratti marzulliane. Affascinanti.
    Splendida recensione, caro Prof!
    Mi ha fatto nascere un grande desiderio di vedere lo spettacolo, se non fosse che mi trovo a oltre mille chilometri da Catania…

  3. Alessandro Scaccianoce ha detto:

    Oltre il sogno il nulla…? La vita è un sogno…? Domande amletiche, a tratti marzulliane. Affascinanti.
    Splendida recensione, caro Prof!
    Mi ha fatto nascere un grande desiderio di vedere lo spettacolo, se non fosse che mi trovo a oltre mille chilometri da Catania…

    • Pino Pesce ha detto:

      Grazie, Alessandro! Molto generoso. Adesso lo spettacolo lo stanno dando a Messina; i primi di febbraio lo daranno a Roma. Penso arriverà anche a Milano (mi pare tu ti trovi lì, o ricordo male?). Avrai modo quindi di vederlo.

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