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A ricordo di Gino Raya: menzogne e verità

Lun, Dic 9, 2013

Cultura

«i meriti di colui che Antonio Aniante chiamò “maestro proibito” del nostro tempo»

Gino Raya è morto il 2 dicembre 1987. È ormai trascorso l’anno in cui un sussulto di coscienza avrebbe potuto suggerire a qualche detentore del potere culturale, cui non sfuggono le ricorrenze anche di piccolo taglio di defunti padri e padrini, amici e compagni, di rompere il lungo silenzio che sta accompagnando lo studioso catanese anche in morte, dopo che l’uscita nel 1950 della storia del Romanzo, per la prestigiosa collana Vallardi dei generi letterari in Italia, lo aveva isolato dal mondo della ufficialità letteraria costringendolo a compiere a sue spese opere di monumentale importanza, relative soprattutto agli studi verghiani. Il silenzio che, dopo la sua morte, chiamai, usando una metafora coniata da Luigi Russo a commento del famigerato volume vallardiano, “delle farfalle infilzate”, continua tra i posteri, provocando una serie di effetti boomerang, più o meno eclatanti.

 

Uno di questi, il più clamoroso, e che meriterà una trattazione a parte, è la figura a dir poco meschina fatta da pressoché tutti i media nostrani nel momento in cui, l’estate scorsa, è scoppiato un fasullo “caso Verga” attorno al malloppo costituito dai manoscritti verghiani “ritrovati” presso la Christie’s, casa d’aste tra le più famose del mondo; manoscritti che stavano per essere battuti, per un ammontare valutato in quattro milioni di euro, su iniziativa della presunta proprietaria delle carte, una signora romana indicata da giornali ed agenzie di stampa soltanto con le lettere iniziali, A. P., figlia di uno studioso messinese, di cui non vien dato il nome, che ne era venuto in possesso 80 anni fa (in realtà 85). E qui si dice e non si dice, riassumendo con errori ed omissioni tutta la storia. Storia che può essere invece letta in tutte le sue variegate verità, intrise di accuse e polemiche, condite di interrogazioni parlamentari e di voci autorevoli, tra le quali ricordo Eugenio Montale, nelle colonne di quotidiani, tra cui il Corriere della Sera, e di riviste (Il Mondo di Pannunzio, La Fiera Letteraria ecc.). Una storia che parte dal 1928 e s’impenna negli anni ’50 e ’60, le cui tracce sono tutte ben documentate nella Bibliografia verghiana (1840-1971) di Gino Raya (“strumento indispensabile per ogni studioso verghiano”, parola inascoltata di Romano Luperini). Bastava consultare la preziosissima opera del Nostro e si sarebbe evitato di dare in pasto al pubblico una serie di menzogne finalizzate a nascondere la realtà dei fatti. Con alla mano l’opera verghiana di Raya si sarebbe potuto chiarire l’intricato percorso compiuto dal “tesoro” di Verga e spiegare negli antefatti quella che era, nei giorni 19 e 20 luglio scorsi, la strana notizia d’agenzia: le forze dell’ordine avevano bloccato il fraudolento tentativo di vendere all’asta, con vantaggio personale di spropositata entità, un patrimonio culturale di valore pubblico di cui qualcuno si era indebitamente appropriato da decenni.

 

Meno clamorose, bensì più subdole, sono invece le operazioni di autorevoli organi di stampa che, a fronte dell’assoluto silenzio sulla critica rayana, tanto feroce quanto fondata su criteri, da lui chiamati “fisiologici”, dichiarati e controllabili (si veda Penne del Novecento, 1964, e Critica fisiologica, 1968), si divertono a lanciare pillole al vetriolo contro qualche autore di parrocchie avverse, oppure a cantare il de profundis sulla critica letteraria tutta, ormai decaduta in quella voragine che Raya chiamava «la malafede del benigno ai tuoi ed ai nemici crudo», e dalla quale lui restò estraneo fondando e dirigendo a sue spese, dal 1956, la rivista Narrativa, all’insegna del “culto della verità” e della “indipendenza di spirito”.

 

Gli esempi di certe ambigue operazioni, in cui l’autore si firma solo se fa accuse generiche mentre quando fa il nome del colpevole nasconde la mano, meriterebbero pure una trattazione a parte. Ma qui mi è d’obbligo circoscrivere il discorso. Ecco, ad esempio, un libro di Roberto Cotroneo, Tweet di un discorso amoroso, avere gli onori di una recensione sul Corriere della Sera. L’articolo è di Stefano Bucci, e Roberto Cotroneo scrive su Facebook: «Grazie a Stefano Bucci per la recensione di Tweet di un discorso amoroso oggi sul Corriere». È il 6 maggio 2013. Lo stesso Cotroneo, in un successivo articolo dell’amico Bucci, sentenzia: «L’Italia è l’unico Paese dove alle presentazioni non c’è mai una voce critica, l’autore si porta sempre e solo amici». Bella constatazione questa, che viene da uno che il Bucci annovera – ohibò – tra i precursori del genere “critica dura senza paura” (!).

 

Critica dura senza paura? Quali meriti abbia accumulato il Cotroneo per avere tale nomination nel genere ce lo ricorda il Bucci stesso menzionando i trascorsi del romanziere quale stroncatore anonimo dalle pagine dell’inserto culturale Domenicale de Il Sole 24 Ore. Infatti non erano passati tre mesi dalla morte di Raya, quando l’autorevole settimanale, che non ha dedicato una parola né allora né mai al maggiore studioso del Verga nonché praticante autentico della critica-dura-senza-paura, affidò alla firma di Mamurio Lancillotto, dal febbraio 1988 alla fine del 1989, una serie di cosiddette stroncature. Sotto lo pseudonimo, che richiama il vicario criminale che nel ‘600 processò la monaca di Monza, si nascondeva – alla faccia del senza-paura! – il giovane Roberto Cotroneo. Il quale, a distanza di un quarto di secolo, cioè nello stesso arco di tempo in cui si mantiene nel silenzio il nome del paladino vero della critica-dura-senza-paura, dichiara all’amico Bucci: «Qui da noi tutti scrivono romanzi, stroncarli vuol dire crearsi tanti nemici, non solo gli autori ma anche l’entourage». Bella scoperta. Ragion per la quale il timido Mamurio non arrivò a reggere il ruolo dello stroncatore anomimo nemmeno per due anni, giacché preferì sfruttare l’attenzione acquisita nel mondo letterario uscendo allo scoperto e passando dall’altra parte della barricata, tra i romanzieri. Dove si può godere, senza paura, la critica dolce degli amici.

 

L’introduzione dello stroncatore anonimo nel Domenicale del Sole 24 Ore non è l’unica iniziativa del genere praticata dal settimanale, che fino ai nostri giorni, vuoi con gli articoli di Zerlina, vuoi con le Vespe o il Graffio o altre rubriche anonime, mostra un interesse insistente verso la tecnica della critica dura con mano nascosta. Ciò in un contesto di politica redazionale che, va detto, pone il giornale in prima linea nella lotta contro il culturame dominante nelle patrie lettere; una lotta praticata a tutto campo, sul fronte dell’attualità politico-culturale ma anche in retrospettiva storica, tanto sul versante letterario quanto su quello scientifico, filosofico, tecnologico e su ogni crinale culturale, così da arrivare a proporre un Manifesto della Cultura pubblicato il 19 febbraio 2012 con il titolo Niente cultura, niente sviluppo, che ha suscitato un dibattito d’alto livello sulla Cultura come rilancio economico dell’Italia afflitta dalla recessione.

 

Ed ecco che nel Domenicale del 24 feb. 2013, atutta pagina di copertina, arriva il monito: Ricordate la frusta letteraria?. L’articolo di Giuseppe Nicoletti, ricco sì di verità sul “frustatore” settecentesco Giuseppe Baretti, non può non far venire in mente il sadismo critico del Raya, e ciò che di lui scrisse Maria Bellonci, dal cui salotto letterario nacque il Premio Strega, nel Giorno del 26 aprile 1960, a proposito della rivista Narrativa (fascicoli trimestrali di 50 pagine dal marzo 1956) «pubblica racconti e scritti critici dove non una parola sia superflua o convenzionale o bugiarda». Apprezzamento non da poco per chi fin dal primo numero azzardava: «Questo è il punto più impegnativo della presente rivista: la verità». Di lui aveva scritto il 17 nov. 1951 su La Civiltà Cattolica, recensendo il Romanzo, il gesuita Domenico Mondrone: «[Raya] ha al suo attivo una copia di lavori che si avvia ad essere imponente, sebbene questa stenti un po’ ad imporsi all’attenzione dei critici», «c’è nei suoi riguardi una specie di resistenza passiva, forse preconcetta, e dovuta più che altro alla sua riluttanza a servirsi di pezze d’appoggio»; «non si rifugia mai sotto l’insegna dei cosiddetti grandi maestri, vivi o morti che siano», «tutt’altro che incline ad accogliere i criteri della critica corrente e giudizi riguardati come le colonne d’Ercole», «è piuttosto un libertario che non ha peli sulla lingua, e quando crede di dire il fatto suo anche ai più grossi papaveri, lo fa».

 

Tra i più grossi papaveri, c’era, senza dubbio, Enrico Falqui, che su Il Tempo del 10 aprile aveva scritto riferendosi allo stesso libro recensito da Mondrone: «di certi libri, non prenderli in considerazione e abbandonarli alla loro sorte, che dovrebbe essere quella del dimenticatoio». Così dal gotha delle patrie lettere si impose il silenzio. Un silenzio mantenuto anche dal Sole 24 Ore il cui direttorio, se si guarda alla linea editoriale, dovrebbe invece sentirsi in sintonia con Narrativa nel condannare «l’opportunismo di chi elogia i folgoranti in solio e non cura d’uno sguardo i parenti poveri, il conformismo degli accademici, la pavidità di chi non vuol passare mai e poi mai per mosca bianca». Ma se il gesuita non ebbe allora il nihil obstat, ancora oggi pesa, evidentemente, il veto dei potenti di allora: una potenza, quella delle “farfalle infilzate”, che discende per li rami.

 

In sintonia con la linea editoriale del Domenicale, che affronta tutti gli aspetti della cultura senza i pregiudizi ideologici che separano le due culture o abbassano di rango le scienze, o la tecnica, o che non riconoscono dignità alla cultura materiale, in particolare alla cultura del cibo (uno dei collaboratori storici del giornale è il gastronauta Davide Paolini), è tutta la produzione rayana che fa capo a La fame, filosofia senza maiuscole (1961), opera-madre di un discorso, chiamato famismo, che il catanese sviluppa per 27 anni sia in una serie di volumi sia nel trimestrale Biologia culturale (1966-1987): il sapére viene dal sàpere. Come ben sa Carlo Petrini, fondatore di Slow food (dal 1989), come ben sa Paolo Scarpi, padre con Oddone Longo dell’associazione interuniversitaria Homo EdensRegimi miti e pratiche dell’alimentazione nella civiltà del Mediterraneo (dal 1989). E come ben sanno Tullio Gregory e Paolo Rossi, illustri collaboratori del Domenicale, che ha ospitato i loro scritti sulla cultura del cibo. Ma gli sforzi ante litteram di Gino Raya che nella sua rivista dal 1966 al 1987 ha studiato «i fenomeni letterari, filosofici, culturali in genere, nei suoi fondamenti biologici» (una sociobiologia sui generis che precede la Nuova sintesi di E. O. Wilson), non sono degni di menzione. Non possono trovare posto nemmeno in quella che il Domenicale chiama “Agenda 2013 sui saperi di base” (27 gennaio 2013). L’effetto alone che censurando il critico cancella il letterato e il romanziere (le Storie sono una raccolta di suoi racconti, ed i Tre Vinti sono la continuazione del ciclo verghiano pubblicata dalla Fiera letteraria nel 1976), va a coprire anche tutti i frutti della gamma antropologica, compreso Il sogno come linguaggio, in cui raccoglie ordina e pubblica postumo il lavoro immenso del suo maestro, filosofo e pedagogista, Gino Ferretti.

 

Mi si può obiettare, giustamente, che il metodo della “critica dura” praticato dal supplemento del Sole 24 Ore non è soltanto quello di Mamurio e derivati, cioè quello di scagliare il sasso e nascondere il braccio, perché qualcuno che fa critica vera e ci mette la faccia, lì, veramente, c’è. Ed è, per esempio, lo stesso responsabile del supplemento, l’epistemologo Armando Massarenti. Il quale nella sua rubrica Filosofia minima dell’1/9/13, ricorda due autori “minoritari”, Ernesto Rossi e Bruno de Finetti, autori «coltivati da una strettissima cerchia illuminata sovrastata dalla koinè imperante dell’idealismo ‘chiacchieroide’ e fintamente profondo ancora oggi assai in voga». Niente di più chiaro, ben al di sopra di graffi e mamuri, di vespe e zerline. L’articolo di Massarenti si apre con la citazione del giudizio velenoso del Rossi, datato 1950, sulle opere filosofiche di Croce; giudizio che il Rossi aveva espresso in un articolo scritto per Il Mondo di Mario Pannunzio: «mi pareva di aver messo una mano in un cesto di anguille vive. Non era possibile tirar fuori niente dal cesto; nessun concetto aveva angoli e spigoli; nessuna definizione era mantenuta ferma fino alla fine del ragionamento». Si sa che il Rossi collaborava a Il Mondo ad un patto: «libertà assoluta di scrivere su ogni argomento quello che volessi e come lo volessi» (sua affermazione del ’66); anzi il direttore gli aveva garantito che avrebbe pubblicato qualsiasi suo articolo senza leggerlo prima. Cosa non vera perché il pezzo su Croce non solo lo lesse prima ma prese una decisione che non fa certo onore al direttore di una rivista di politica e cultura che nell’Italia post ‘48 si poneva tra i due blocchi, democristiano e marxista, come terza forza, liberale, democratica, laica, lontana dai poteri dominanti, all’insegna di quella libertà decantata da Croce Salvemini Einaudi. Avrà avuto Pannunzio il coraggio di pubblicare il pezzo di quel rompiscatole di Ernesto Rossi che va a colpire proprio Don Benedetto, l’ispiratore stesso della sua rivista? Come farà a violare l’Intoccabile, che, anche se non come le anguille di quel cesto, è ancora vivo? Ebbene, Pannunzio, stretto fra l’incudine di Croce e il martello di Rossi, pubblica sì l’articolo, ma sostituisce il nome di Benedetto Croce con quello di Giovanni Gentile. Tanto… Gentile è morto. Non se la può prendere.

 

L’intolleranza del Croce, il fondatore della rivista La critica, nei confronti di chi osava criticare le sue idee, è bene illustrata dallo stesso Raya, che ne subì le vessazioni, nel saggio Io e Croce (Narrativa, marzo 1963, fascicolo tutto dedicato al decennale della morte del filosofo. Nota a margine: un laureato in filosofia col massimo dei voti, dedito a Croce e Gentile per il dottorato di ricerca, da me informato sull’esistenza del saggio rayano su Croce, non è riuscito a trovarlo in nessuna biblioteca). Ma un assaggio di questa insofferenza al dissenso, sia pur velato, è offerto pure dal Domenicale del Sole, che il 5 agosto 2012 pubblica in anteprima due lettere del carteggio Croce-Papini 1902-1913. Il giovane scrittore fiorentino, fondatore con Prezzolini della rivista Leonardo (1903), aveva scritto un articolo su Vico, non trattando benissimo il pensiero del Croce, che reagisce, il 30 dicembre 1911, con una sfuriata epistolare: «Mi dispiacque [il vostro articolo] perché mi parve uno scherzo di cattivo genere… mi avete trattato come una persona di mala fede, che voglia darla a bere alla gente»… «mi duole che non vi risolviate a smettere certe abitudini di letteratura à surprise, che non giovano alla serietà della cultura e del pensiero italiano». Cultura e pensiero italiano? O cultura e pensiero crociano? E Papini, che certo non si tirava indietro di fronte a battaglie verbali, passato capodanno, risponde cogliendo nel segno: «Non capisco assolutamente come voi potete chiamare “cattivo scherzo” la mia recensione del V.[ico] a meno che voi non abbiate l’abitudine di chiamare cattivi scherzi tutte le cose che vi dispiacciono». Un cattivo scherzo, per Croce, furono anche, per esempio, le critiche che gli rivolse lo scrittore modicano Carmelo Ottaviano (1906-1980, docente di Storia della Filosofia all’Università di Napoli), che perciò subì vessazioni da lui, ed anche da parte di Gentile per via del suo libro Critica dell’Idealismo (1936), censurato e poi bruciato in pubblico.

Mario Pannunzio, dunque, non ebbe il coraggio di pubblicare la sferzata di Ernesto Rossi contro Croce. Eppure il giornalista, l’intellettuale, il paladino del libero pensiero, è celebrato fin dal 1982, ogni anno, con un premio che si conferisce a “personalità italiane della cultura, del giornalismo e dell’arte che si siano distinte per il loro spirito libero». Spirito libero? Proprio nel 1950 Gino Raya aveva scritto, per Vallardi, quella storia de Il romanzo italiano, con tale spirito libero, alieno da qualsiasi compromesso, così da essere escluso dalla “koinè dominante” ed essere costretto a vender casa per pubblicare a proprie spese una rivista trimestrale (1956-1987) e i suoi imponenti studi su Verga. Spirito libero è chi scrive e si firma senza guardare in faccia nessuno.

 

Ma di questo Raya non si parla. Non ne parla nemmeno chi ha il coraggio, come Massarenti, di riferire il giudizio di Ernesto Rossi su Le anguille vive di Croce, e di ricordare l’azione truffaldina di Pannunzio. Così può avvenire che, in buona o mala fede (si valuti un po’), che il Dizionario della letteratura italiana del Novecento di Alberto Asor Rosa, editore Einaudi, “frutto – secondo l’autore – di una attenta ‘registrazione’ di eventi e di persone”, non contempla il suo nome tra le oltre 1800 voci. Dico 1800. Fra cotant(issim)o senno non c’è posto per Gino Raya.

Paolo Anelli

P.S. Ai cosiddetti “posteri”, ché tali sono i viventi per chi non è più dal 1987, va detto che nell’arco di tempo che arriva fino a noi, qualcuno, come Pasquale Licciardello, il collaboratore più stretto e più continuo a fianco di Gino Raya, (autore di un’originale indagine su Il famismo nella cultura contemporanea, volume del 1974 che raccoglie la prima parte dei suoi studi disseminati nel ventennio di “Biologia culturale”), non ha mancato di fischiare in questi decenni alle orecchie di letterati e giornalisti, nel tentativo di ricordare i meriti di colui che Antonio Aniante chiamò “maestro proibito” del nostro tempo. Fra i pochi intellettuali che nell’ultimo decennio, oltre a Licciardello, hanno fatto sentire la loro voce, senza (auto)censure, perché siano riconosciuti i pregi della vasta produzione d’ambito critico, letterario, antropologico, e soprattutto verghiano, del teorico del famismo, meritano almeno un cenno il saggista Carmelo Ciccia, autore dei Profili dei letterati siciliani dei secoli XVIII-XX, esemplari per accuratezza scientifica, e due giornalisti tenaci e versatili che nelle riviste culturali da loro dirette hanno dato spazio ad articoli su Raya: l’uno, Pino Pesce, in vari fascicoli del periodico l’Alba, in versione anche cartacea, e l’altro, Biagio Jacono, sul web del suo magazine Val di Noto. Anche il sottoscritto ha cercato di fare la sua piccola parte in tal senso, rivolgendosi a chi, soprattutto, gli pareva in sintonia con la penna dallo spirito indipendente e la polla anarchica del Catanese. Nulla. Diciamo nulla di pubblico, perché in privato qualche risposta c’è stata. Per esempio, il principe dei giornalisti “controcorrente”, di quelli che cantano fuori dal coro, Indro Montanelli, mi ha scritto, o fatto scrivere dalla sua segreteria: apprezzava i miei insistenti messaggi centrati sul Raya-pensiero, ma purtroppo… questioni tecniche.

Redazione l’Alba

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