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“L’uomo dal fiore in bocca” al Teatro “Martoglio” di Belpasso

Mar, Feb 17, 2015

Spettacolo

Il noto dramma di Pirandello nella rielaborazione e regia di Pino Pesce

Accolta da un caloroso pubblico e dal favore della critica l’originale rivisitazione multimediale de L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello andata in scena lo scorso 15 gennaio al Teatro “Nino Martoglio” di Belpasso.

Il noto dramma, tra i più emblematici del Novecento, è stato riletto da Pino Pesce, direttore del periodico l’Alba. Nel suo esordio alla regia, Pesce lascia integro il testo nella forma e nella struttura, ma vi apporta delle modifiche attraverso video e il teatro danza per esprimere allegoricamente alcuni concetti pirandelliani e la propria visione della vita (nella chiusa del dramma) che va al di là di quella cupa e nullificante dell’Autore agrigentino;  apre così, il regista, alla speranza.

L’atto unico mantiene le caratteristiche originali: l’impossibile comunicazione e la precarietà della vita. Il senso di caducità dell’uomo, l’imminente consunzione del corpo e dell’essere si mostrano sotto il «baffo» del protagonista, dove tutta la relatività dell’esistenza prende forma. Un malato di cancro narra il suo percorso ad uno sconosciuto in un bar di una stazione attraverso un dialogo (di fatto un monologo – Leopardi docet – fra l’uomo razionale e l’uomo immediato), tentativo strenuo di aggrapparsi alla vita, vista con noncuranza ma in effetti avvertita come essenziale. Se questo è l’intimo significato dell’opera pirandelliana, dove l’ineluttabile ha il sopravvento su tutto, nella visione del regista (che abbraccia spunti narrativi pirandelliani da Uno, nessuno, centomila e da Di sera, un geranio) l’approdo drammatico, seppure intenso, si addolcisce, s’intride – come già detto – di speranza, in una dimensione nuova e singolare. Esiste, infatti, una possibilità che non sia la fine nella rivisitazione di Pesce, ma una rinascita che attutisce il senso dolente della solitudine di un uomo malato che muore «ogni attimo» in un palcoscenico inteso come “spazio mentale” di evocazione ed immaginazione. Un treno, perso per qualche minuto, apre le porte ad una conversazione fra “L’uomo dal fiore in bocca” (Mario Sorbello) e il “pacifico avventore” (Tony Pasqua) dalla quale emergono storie che sembrano di non senso, le quali invece, pur nella vanità e nel relativismo, reclamano la vita con la stessa tenacia dell’edera. Così il protagonista, con la sua vita minacciata, aderisce «con essa alla vita degli altri» fino a dimenticarsi di sé, in un’illusione di sensi, in uno «smemorato spavento». Alle parole è affidato l’atto di liberarsi dalla morte, almeno momentaneamente, di esorcizzarla attraverso frasi discontinue, parole interrotte che sottolineano la volontà di indagare i più piccoli dettagli del senso della vita. I tratti commoventi della piécevengono maggiormente accentuati dalla musiche originali, scritte per questo lavoro teatrale da Elisabetta Russo che, suonando dal vivo, accompagna lo svolgersi della storia. Nondimeno, tra immaginazione e mistero, tra vita e morte – in una drammatizzazione resa suggestiva dal supporto dei video (videomaker Enza Mastroeni, Dalila Romeo e Vincenzo Santonocito) – si muovono “L’allegoria della vita” (Luisa Ippodrino) e “L’allegoria del trapasso” (Loredana Cannavò) in un duello che vede vincitrice l’ineluttabile morte; e poi un suono paradisiaco d’organo seguito da una “Voce fuori campo” (quella dell’attore Pino Caruso, prestatosi in sola cordialità) narrano – fra immagini video intrise di vita che continua e del culto dei defunti – l’ipotetico distacco dell’anima dal corpo. Quindi lo stupore di un nuovo incontro (appendice del regista) fra l’estinto e “L’Avventore” nello stesso bar che si conclude con una domanda carica di mistero: «Non c’è un segreto filo che porta alla Verità Assoluta?!!». Per cui, ben a ragione, nella nota critica del pieghevole di sala, Salvo Nicotra scrive: «Ancora una volta il mistero rimane avvolto del fascino che gli è proprio e ripropone – piaccia o meno – l’estremo quesito: cosa c’è di più vero del Mistero stesso?». E il Mistero viene rivestito di speranza dalle sublimi note dell’organo di Elisabetta Russo che chiudono il dramma.

M. Gabriella Puglisi

Già sul cartaceo del periodico “l’Alba”, febbraio 2015

M.Gabriella Puglisi

Dottore di ricerca in “Modelli di Formazione. Analisi Teorica e comparazione”. Laureata in Scienze politiche ha collaborato con diverse testate locali. Ama la lettura, la musica e il balletto; la notte e il mare. Non le piace la mancanza di autocritica.

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