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Totò Cuffaro a Motta Sant’Anastasia

Ven, Apr 22, 2016

Eventi, Informazione

Presentato l’ultimo libro dell’ex Presidente della Regione siciliana

Nell’ambito della rassegna “Stasera libro – incontro con l’autore”, dell’assessorato comunale alla Cultura, è stato presentato domenica 13 marzo 2016, a Motta Sant’Anastasia, nell’auditorium della locale media del Comprensivo “G. D’Annunzio”, il libroL’uomo è un mendicante che crede di essere un re (Aliberti compagnia editoriale) di Totò Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia e senatore della Repubblica.

Battesimo di successo per la struttura comunale-scolastica, strapiena. Apre l’assessore alla Cultura Tommaso Distefano, modera lo scrittore Salvatore Fazio, porge i saluti il sindaco Anastasio Carrà, intrattiene a più riprese l’autore, anche dopo gli interventi del pubblico in coda all’evento.

Cuffaro, in avvio, conferma, come detto da chi l’ha preceduto, che si cercherà di parlare del libro, ne spiega il titolo, dedicato alla precarietà e regalità dell’uomo, come pure l’espediente delle tre voci Totò, Tota e Totapig per rendere meglio il dialogo con la propria anima, il rispetto per le istituzioni e il dovere-diritto di scontare la pena inflittagli, l’iniziale pregiudizio sul carcere, cosa invece dà, le assurde regole e le ipocrisie dell’ergastolo-finepenamai, cosa toglie il carcere, che persone ci vivono e muoiono, il Divino che si è fatto compagno di cella, le amiche cornacchie paragonate nel primo libro ai detenuti, come ha resistito al carcere e come quella esperienza tragica, che gli ha cambiato la vita per sempre, si è trasformata in positiva, le migliaia di lettere ricevute, la famiglia, il forte legame con la Sicilia.

Cuffaro ammette di aver compiuto molti errori, chiede anche scusa ai siciliani, ricorda il sofferente Pannella, non si riconosce nell’attuale politica ma esorta a interessarsi della politica, tornando ai valori fondanti e alle idee, alla preparazione e all’assunzione di responsabilità andando anche a votare. Dal 30 maggio sarà in Burundi per dare una mano in una struttura ospedaliera costruita dalla regione Sicilia.

Fin qui, in pillole, i contenuti del dire di Totò, che si possono integralmente ascoltare nel video sul web. In questa sede può essere utile tornare al testo. Un libro, quello di Totò Cuffaro, che completa la trilogia del «santuario delle sbarre» (così definisce il carcere), nei cinque anni di espiazione della pena per«favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio», iniziata con Il candore delle cornacchie (2012) e proseguita con Le carezze della nenia (2014).

Un testo, questo terzo, prefazione del figlio Raffaele e postfazione della radicale Rita Bernardini, scritto come i precedenti per sopravvivere alla dura prova e accendere una luce sul mondo delle carceri, che non sono una villeggiatura, difficilmente rieducano e riconsegnano persone nuove alla società. Un’opera che, nell’approssimarsi del ritorno alla “luce” (avvenuto il 13 dicembre 2015, S. Lucia) sa anche di bilancio di un trattamento subito, ed è sostenuta dalla fede, «valore primo e aggiunto», dalla Passione, onnipresente nel libro come nella vita di Cuffaro, e dalla speranza.

Un libro che, ricco di citazioni stimolanti e di tredici brani di autori famosi (Sant’Agostino, Giovanni Verga, Gesualdo Bufalino, Pietrangelo Buttafuoco, Luigi Pirandello, Luigi Capuana, Leonardo Sciascia, Sebastiano Aglianò, Michel Foucault, Alessandro Manzoni, Thomas Mann, Elio Vittorini, Thomas Stearns Eliot) ad introdurre altrettanti capitoletti di Cuffaro, ci riconsegna una persona colta molto diversa da quella massmediaticamente costruita di «vasa vasa e vassoio di cannoli».

Stimolante la sequela di citazioni: da Maurits Cornelis Escher la realtà dei paradossi, da Oscar Wilde il non odio per chi ha voluto la sua pena e La ballata del carcere di Reading, da Baudelaire la speranza fa intravedere la fiducia nel domani, da Platone le occasioni per diventare filosofi, da Primo Levi il fatto di restare detenuti anche quando si è usciti, da Jim Morrison il sole che comunque sorgerà ancora, da Vladimir Majakovskij l’abisso del carcere, da William Wordsworth le nuvole di gloria che noi portiamo, da Kostantinos Kavatis il non perdere mai di vista Itaca, da Omero-Joyce-Dalla il riferimento di Itaca, da Milosz il tutto è dove deve essere e va dove deve andare, da Tommaso Moro la lontananza della giustizia, da Giosuè Carducci la viltà della Patria, dal poeta Orazio il mantenere l’animo sereno, da Scipio Di Castro le cose politiche della Sicilia, da Shakespeare (Amleto) la complessità dell’uomo, da Alcide De Gasperi la politica la si fa o la si subisce, da Mozart il Requiem che l’autore vorrebbe suonato alla sua morte, da don Giussani l’avvenimento e l’incontro che salvano l’io, da Fabrizio De Andrè «l’ultimo vecchio ponte», da André Malraux «il nulla vale una vita», da Italo Calvino Le città invisibili, da Pascal il potere della preghiera, da George Orwell La fattoria degli animali, da Garcia Marquez L’amore ai tempi del colera, da Cechov Il viaggio all’isola di Sakhalin, da Ugo Foscolo I sepolcri, da Giovanni Pascoli L’Aquilone, da David Thoreau il libroWalden, da Seneca queste parole a chiusura del libro: «Re è chi non teme niente. Re è chi non desidera nulla. Un regno simile ciascuno può darlo a se stesso».

Vito Caruso

Redazione l’Alba

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