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“Salomè” di Richard Strauss al “Bellini” di Catania

ven, Giu 2, 2017

Primo Piano, Teatro

Opera accattivante. Eccellono il soprano Jolana Fogasova e il maestro Gunter Neuhold

Dal 21 al 28 maggio è andata in scena, al Bellini di Catania, Salomè, dramma musicale in un atto di Richard Strauss, tratto dall’omonimo dramma di Oscar Wilde. L’opera, che mancava dal nostro teatro da circa 30 anni, è stata offerta al pubblico in un nuovo e originale allestimento di Pier Luigi Pizzi, il quale ne ha curato pure la regia, le scene e i costumi.

La storia è ambientata a Gerusalemme presso la reggia di Herodes: rinchiuso nel fondo di una cisterna, il profeta Jochanaan (Giovanni Battista) riesce involontariamente ad incantare, con la sua profonda e divinatoria voce, la bella e sensuale Salomè, figlia di Herodiades. Salomè, dal canto suo, ammalia tutti a corte, compreso il re suo patrigno, ed è proprio questa personificazione della sensualità e della passione a costituire il motore del dramma biblico composto da Oscar Wilde nel 1891 e rappresentato solo 2 anni dopo e fuori dai territori di sua maestà britannica. Trama semplice e lineare che permette allo spettatore di oggi, come quello di fine Ottocento, di gustare appieno ogni elemento costitutivo dell’opera, dal punto di vista registico, scenico e soprattutto musicale. Le scene, curate da P. L. Pizzi, sono costituite da atolli saturniani bianchi con al centro la cisterna/prigione di Jochanaan; una luna metallica scende perpendicolarmente, nonché poeticamente, sulla scena come
un lume che rischiara la buia notte degli eventi.

Grazie alla simbolica essenzialità della scenografia, gli ambienti permettono allo spettatore di cogliere ancora di più la decadenza interiore dei personaggi in scena e risulta strumentale alla rappresentazione della caduta degli uomini sotto il peso delle passioni, che culminano nella morte del profeta di Dio, anche grazie all’intelligente e predisposta botola di cui non si vede direttamente il fondo. La semplicità scenica si coordina con l’attento uso di luci, ombre e colori decisi, come il bianco, il nero e il rosso, con unica eccezione del bronzo-oro dei costumi della coppia regale. Non ci sono dubbi sull’esecuzione di Jolana Fogasova nei panni di Salomè: vocalità eccellente mantenuta per tutta la durata dell’atto, senza cedimenti o incrinature, tanto che le morbose passioni provate da Salomè toccano il profondo sentire del pubblico; non primi protagonisti ma pur sempre di rilievo: Arnold Bezuyen (Herodes) e Janice Baird (Herodias). Per entrambi vanno sottolineate le qualità interpretative attoriali di primo livello. Sebastian Holecek nella parte di Jochanaan si mostra altamente espressivo e profondo dando spessore al suo complesso personaggio. Purtroppo l’eccessiva staticità scenografica ha nuociuto al dinamismo coreografico e musicale, tant’è che la Danza dei sette veli non ha offerto una particolare fascinazione, sia per la lentezza che per una certa pesantezza di movimenti. In ogni caso, il regista riesce a coordinare i vari elementi e a trasmettere visivamente al pubblico le stesse emozioni che scaturiscono dalla lettura del dramma di Wilde, ottenendo un risultato che sarebbe stato vuoto e statico se la brillante musica di Strauss non l’avesse adeguatamente accompagnato. La direzione di Gunter Neuhold è perfettamente realizzata dall’assoluta padronanza dell’organico orchestrale.
Significative le parole finali di Salomè con in mano la testa mozzata di Jochanaan che sinistramente chiudono un’opera complessa, contraddittoria ma sicuramente accattivante e seducente: «Ah! Ho baciato la tua bocca, Jochanaan. Ah! L’ho baciata la tua bocca. C’era un gusto amaro sulle tue labbra.
Era il gusto del sangue? No, forse era il gusto dell’amore.
Si dice che l’amore abbia un sapore amaro.»

Nella Fragalà

Foto di Giacomo Orlando

Redazione l’Alba

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