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Silvio Soldini e “Il comandante e la cicogna”/ Chiacchierata con il regista

Sab, Nov 10, 2012

Cultura&Società, Spettacolo

foto Achille Jachetti

Dopo i toni intimistici di Cosa voglio di più e Giorni e nuvole, Silvio Soldini ritorna alla commedia con Il comandante e la cicogna, affresco ironico e tenero dell’Italia contemporanea. In occasione della proiezione del film al cinema “La Rondinella” di Sesto San Giovanni (MI), abbiamo avuto il piacere di intervistare il regista.

 

Come mai ha scelto la chiave del surreale per raccontare “Il comandante e la cicogna”? Il surreale non è un sentiero semplice da percorrere, e nel panorama del cinema italiano è poco esplorato. Quali sono i registi che predilige in questo genere?

«Io amo il surreale sia in letteratura che nel cinema. Non trovo affatto difficile percorrere questa strada, anzi, è il territorio in cui mi trovo più a mio agio. Mi viene naturale. D’altronde in molti dei miei film (Agata e la tempesta) esiste una dimensione surreale, semplicemente in quest’ultimo lavoro ho deciso di spingermi un po’ di più. Se penso a registi del surreale che ammiro mi vengono in mente molti nomi, ma uno su tutti è Pedro Almoodovar.»

Dopo due film molto introspettivi e concentrati su singoli personaggi, Cosavogliodipiù e Giorni e nuvole, Il comandante e la cicogna è un film corale. Perché la scelta di un racconto collettivo?

«L’intenzione era di disegnare un quadro, quanto più completo possibile di un’Italia alla deriva. Volevo raccontare tutta la penisola. E da qui la scelta di attribuire ad ogni protagonista un’inflessione dialettale diversa. Poi la differenza sociopolitica, dall’idraulico all’avvocato affarista, dalla giovane sognatrice precaria al moralizzatore metropolitano. Ho avuto la fortuna di lavorare con un ottimo cast di attori, e il lavoro di coesione è stato possibile anche grazie a loro.»

La scelta di far parlare le statue di Garibaldi, Leopardi, Verdi, personaggi che hanno scritto la storia dell’Italia, da cosa nasce?

«Nasce da una riflessione che precede la scrittura del film. Nel nostro paese c’è una scarsa consapevolezza del patrimonio storico-culturale, degli spazi, delle piazze dedicate a uomini illustri. Spesso e volentieri i busti di marmo di uomini che hanno scritto la storia della nostra “Povera patria” sostano in piazzali ed angoli della città, sistematicamente ignorati dai cittadini. E questa carenza la dice lunga sul nostro essere italiani. Venendo all’aspetto cinematografico, mi piaceva l’idea di dare voce ad elementi immobili appartenenti al passato.»

Accanto a grandi personaggi storici c’è anche la statua di Cazzaniga, che però alla fine viene decapitata.

«Beh, a Cazzaniga doveva per forza succedere qualcosa!»

 E la cicogna che dà il titolo al film?

«La cicogna è il simbolo della purezza, del nuovo, del cambiamento. In Italia spesso le si attribuisce l’immagine di portatrice di neonati, e quindi di futuro. Per realizzare le riprese abbiamo utilizzato una cicogna ammaestrata».

L’ambientazione del film è un po’ vaga. Si intuisce che si tratta di una città metropolitana del Nord, e tuttavia non ci sono riferimenti espliciti.

«È stata una scelta dovuta alla volontà di disegnare un quadro quanto più completo possibile. Alcune immagini sono state girate a Torino, altre a Milano, ma volevamo mettere in evidenza uno spaccato dell’Italia con i suoi tanti difetti metropolitana e multiculturale, e ambientare la vicenda in un quadro geografico ben definito significava restringere il campo».

Nonostante la chiusa un po’ amara, il film sembra voler comunicare grande speranza ed ottimismo, lasciando intravedere la luce fuori dal tunnel.

«Ottimismo è sicuramente una parola grossa, che non mi appartiene. Semmai speranza, quella sì, da coltivare bene».

Laura Timpanaro

Laura Timpanaro

Laureata in Lettere moderne, dal 2007 ha iniziato a scrivere per diverse testate locali, free press cartacee e telematiche, occupandosi principalmente di cultura e spettacoli e di cronaca locale. Ha collaborato anche con l’emittente televisiva “Video Star”. Appassionata di teatro, sia lirico che di prosa, adora in particolare il teatro contemporaneo. Si è specializzata in Filologia Moderna a marzo del 2012 discutendo una tesi su l’“Amleto” di Carmelo Bene. Segue molto anche il cinema: i suoi registi preferiti sono Kubrick, Fellini ed Almodovar. Altre sue passioni sono il fitness e i viaggi.

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