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“Sei personaggi in cerca d’autore” al Teatro Stabile di Catania

Lun, Ott 30, 2017

Spettacolo, Teatro

 

 

Michele Placido inaugura al “Verga” la 60sima stagione teatrale

Il “bene” che genera il “male”. Attorno a codesto misterioso ed oscuro concetto, Michele Placido fa girare la vicenda dei Sei personaggi che ha portato in scena, da regista e nel ruolo del Padre, al Teatro Stabile di Catania, il 17 ottobre, aprendo la 60esima stagione nella sala “Verga”. E’ un male che sembra raccogliere tutto il profondo senso pessimistico della weltanschauung pirandelliana. Interpretando Nietzsche, lo scrittore agrigentino aveva detto che, a differenza del filosofo tedesco, lui scrollava le «bianche statue» che i Greci avevano innalzato per nascondere «il nero abisso». 

«Ah, se si potesse prevedere tutto il male che può nascere dal bene che crediamo di fare!».

Attorno al concetto di “bene”, che però, paradossalmente, ma nella verità del vivere, può condurre a diverse ed inquietanti sfumature di “male”, si dipana la straordinaria ed enigmatica trama dei Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, dramma universale fra i più rappresentati nei teatri di tutto il mondo.

Codesto misterioso ed oscuro nucleo concettuale è il cardine attorno al quale Michele Placido fa girare la vicenda dei Sei personaggi che ha portato in scena, da regista e nel ruolo del Padre, al Teatro Stabile di Catania, il 17 ottobre, aprendo la 60esima stagione nella sala “Verga”. E’ un male che sembra raccogliere tutto il profondo senso pessimistico della weltanschauung pirandelliana. Interpretando Nietzsche, infatti, lo scrittore agrigentino aveva detto che, a differenza del filosofo tedesco, lui scrollava le «bianche statue» che i Greci avevano innalzato per nascondere «il nero abisso».

E il male d’approdo viene individuato, da Placido, in «una violenza molto ambigua, attuata dal padre […] nei confronti di un povera donna», la moglie che, dopo avere avuto un Figlio (Luca Iacono), viene spinta dal marito nelle braccia del proprio segretario – e codesto «a fin di bene» – pensando, contortamente, che ella potesse essere più felice e serena con quell’altro uomo. Quindi una nuova famiglia con altri tre figli; nei ruoli: la Figliastra (Dajana Roncione), il Ragazzo (Flavio Palmeri) e la Bambina (Paola Mita).

Tutto procederà, bene o male, nella normalità della vita di un’umile famiglia, fino a quando la morte del secondo marito non porti la Madre (Guia Jelo) e i tre figli in città. Qui esplode il dramma quando la Figliastra, necessità della vita!, sta per concedersi al patrigno in una insolita casa di piacere, gestita da Madama Pace (Luana Toscano) che dietro la bottega teneva il retrobottega. Ma, casualità surreale, l’apparizione della Madre impedisce il fattaccio. Si ricompone così la famiglia, forzatamente allargata, fra incomprensioni e rancori reciproci, sensi di vergogna e recriminazioni continue che porteranno alla tragedia finale: la Bambina, lasciata a se stessa, annega in una vasca, il Ragazzo, si uccide con un colpo di pistola alle tempie non sopportando più quel clima di odiose ritorsioni.

Ma chi sono questi personaggi che rendono il teatro meta teatro? Sono delle creature, le quali, mentre una compagnia d’attori prova Il giuoco delle parti di Luigi Pirandello, invadono inaspettatamente il palcoscenico per chiedere al Capocomico (Silvio Laviano [in questa versione regista]), di dare loro la ragion d’essere che il loro autore non ha dato dopo averle generate e abbandonate senza più rifinirle.

Qui il succo del dramma, proprio di Pirandello, che il regista pugliese ritocca con indolori tagli del testo originale e con mal riusciti trapianti, i quali ne indeboliscono la potenza artistica; dico delle superflue intercalazioni siciliane fino alla canzone U sciccareddu, eseguita da Dajana Roncione, preferita a Prends garde a Tchou- Tchin- Tchou di Dave Stamper; delle inespressive presenze soprannaturali e della ineloquente trovata di sostituire le prove del Giuoco delle parti con flash drammatici della società odierna in contraddizione con l’irrompere di personaggi di altro tempo, fra i quali stride di più la Madre in gramaglie. Stride nella collocazione temporale, ma giganteggia nel ruolo che impersona: archetipo per eccellenza del dolore materno siciliano «vivo e presente sempre», dello strazio di Mater dolorosa che, eredità del fatalismo greco, si è instillato nella cultura isolana, la quale lo ha emblematizzato nel corale lutto universale del Venerdì Santo. Qui entra in gioco l’eccezionale interpretazione di Guia Jelo, pietrificata in un dolore vivo che si scioglie in pianto collettivo.  Il momento artistico si eleva a più alto pathos quando Placido, in un atto repentino, la libera dal velo pietoso. Meno in dissonanza l’abito nero della Figliastra, dilatato nel tempo e più dentro l’attualità. Vestito a parte, è azzeccata l’attrice, energica e irrequieta, anche se certi atteggiamenti di crucciosa grinta e posa ricordano dei dejà vu, specialmente nella ritornante stridula risata che ricalca Rossella Falk dell’eccellente edizione del 1963 con l’immenso Romolo Valli nel ruolo del Padre. Indovinata anche la scelta di Luca Iacono nel ruolo del Figlio; convince il piglio stizzoso, di intrattabile e di dissociato, come fosse tutt’altro dalla seconda famiglia della Madre rifiutata e distanziata, genitrice compresa. Non indovina, invece, Michele Placido, la scelta di se stesso nelle vesti del Padre che interpreta fra il domestico e l’accademico.

Plauso a Flavio Palmeri (Il giovinetto) e a Paola Mita (La bambina), entrambi scenicamente espressivi, anche se silenziosi fino alla catastrofe finale. Vaporosa ed esuberante nel suo tronfio spagnolo italianizzato, invece, Luana Toscano nel ruolo di Madama Pace, “settimo personaggio”, che magicamente, fuori titolo, completa i “sei” apparendo come per evocazione.

Buon intuito invece nella scelta degli attori etnei della Compagnia: Silvio Laviano, Egle Doria, Luigi Tabita, Ludovica Calabrese, Federico Fiorenza, Marina La Placa, Giorgia Boscarino, Antonio Ferro, «umoristici» e «sottili». Del gruppo, palma a Laviano, nel ruolo del regista, il quale, da ottimo orditore, dinamico e perspicace, è sempre riuscito, con la sua voce possente ed argentina, ad alzare i toni bassi dell’andamento scenico, appesantito anche dalle luci cupe che suscitavano atmosfere di altri tempi.

Codesto pensavo, alla Prima del 17 ottobre 2017; questo ripenso, ritornandovi con la scrittura, la sera del 29 ottobre 2017.

Pino Pesce

FOTO: Antonio Parrinello

 

 

 

 

 

 

 

 

Già docente di Materie Letterarie negli Istituti Superiori di II grado, si occupa di iniziative che promuovono l’arte e la cultura e/o che riguardano tematiche di forte valenza sociale. Si è anche occupato della divulgazione attraverso giornali vari del folclore, della tradizione e della storia della Sicilia e in particolare di Motta, di cui (come Assessore alla Cultura pro tempore) ha realizzato il volumetto Motta Sant’Anastasia, Guida alla città (Le Nove Muse Editrice,1999).
Dal 1995 al 2000, si è attivamente impegnato nel Rione “Panzera” del paese natale (rinomato in Italia e all’Estero per il gruppo degli Sbandieratori, pluricampioni d’Italia), di cui è stato Presidente dell’Associazione Culturale dall’aprile del 1995 all’aprile del 1998.
Nel 1997 (in occasione della “Festa Grande” in onore della Patrona Anastasia) ha scritto Trapasso di Sant’Anastasia, una sacra rappresentazione negli anni riproposta anche in occasione delle “Feste Medievali”, interpretata e diretta anche da nomi nazionali. Dal 2014 si è dedicato al teatro con interessanti e coinvolgenti rielaborazioni teatrali di cui ne ha curato anche la regia che hanno riscosso un rilevante successo, come “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello e “Rosa Balistreri – A memoria di una Voce”.
Ha curato la presentazione di autori del mondo dell’Arte e della Letteratura e di video documentari a sfondo culturale e sociale, curandone il testo e la regia, che gli hanno procurato (avendoli proposti per le Scuole Medie Superiori) riconoscimenti anche dal Ministero della Pubblica Istruzione.
il professore, collaboratore di quotate riviste culturali: Biologia Culturale, diretta da Gino Raya (uno dei maggiori filosofi e letterati del Novecento, ricordato di recente dal Corriere della sera, dove Pesce veniva annoverato fra i suoi discepoli) ) e Netum, diretta da Biagio Jacono, ha negli ultimi anni, diretto La Svolta, periodico d’informazione e di cultura, e l’Alba, mensile cartaceo d’arte cultura e società, attualmente giornale on line.

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